I calciatori a rischio per le malattie neurodegenerative: lo studio

di Daniele Pace 0

I sospetti erano già presenti da molto tempo, per il legame tra l’attività calcistica e le malattie neurodegenerative, ma ora arriva uno studio pubblicato dal prestigioso New England Journal of Medicine dell’Università di Glasgow. Sotto accusa i troppi colpi di testa, che aumenterebbero il rischio di demenza.

Già anni fa si erano riscontrati legami tra il football americano e particolari forme di pazzia, e questo ha portato i ricercatori ad indagare il mondo degli sport di contatto, come il calcio.

Ora lo studio ci dice che i calciatori sarebbero a rischio. I troppi contatti di testa porterebbero ad un aumento delle possibilità di soffrire di demenza, Alzheimer e Parkinson, e altre malattie neurodegenerative.

L’associazione tra il calcio e la demenza

La ricerca ha esaminato più di 7.500 cartelle cliniche di 7.676 di ex calciatori professionisti scozzesi. I dati sono stati incrociati con le cartelle di 23 mila maschi che non praticano questo sport, ed è risultato evidente che il rischio di demenza e le demenze accertate tra gli ex calciatori è molto più alto rispetto ai non atleti.

Meno malattie cardiache e cancro per gli sportivi, ma più malattie neurodegenerative, con un rischio tre volte più alto rispetto alle persone “normali”.

Le principali malattie del cervello che rischiano gli ex professionisti sono l’Alzheimer, il Parkinson e la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Il rischio di morte ha un’incidenza dell’1,7% per i calciatori professionisti, e dello 0,5% nelle persone non sportive, sempre nel campo delle malattie neurodegenerative.

Come accennato, una ricerca e la conseguente attenzione dell’opinione pubblica, aveva mostrato dei legami nel football americano, e nel 2015, negli Stati Uniti, erano state cambiate alcune regole per migliorare la situazione monitorata dallo studio dei Centers for Diseases Control (Cdc). Ne venne tratto anche un famoso film.

Il coautore dello studio William Stewart, neuropatologo dell’Università di Glasgow, spiega:

“Questo studio ha esaminato i calciatori nati fino al 1976, che hanno quindi giocato negli ultimi dieci anni circa. Ciò rende i risultati di questa ricerca validi per chi gioca ancora oggi e fino a quando non ci saranno cambiamenti significativi nello sport, dobbiamo presumere che il rischio rimanga reale”.

A quanto pare, non è la forza dei colpi di testa, ma il numero significati in carriera, che aumenterebbe il rischio. Ora qualcuno pensa che vadano presi provvedimenti anche nel calcio, a partire da sperimentazioni nelle serie minori.

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